Di Attilio Fortini


Vanessa Beecroft ha presentato alla 49 Biennale di Venezia una riedizione in 'formato' 2001 della sua Sister. Quest'opera consiste in dodici riproduzioni fotografiche ritraenti il medesimo soggetto in ugual posizione. Ciò potrebbe far pensare ad un multiplo seriale, ma così non è, in quanto ogni ritratto possiede soprattutto delle variazioni luminose che ne permettono la singola individuazione. La condizione multipla di quest'opera pone in evidenza un proprio specifico, che come approfondiremo, è temporale, distanziandosi perciò dalla condizione anch'essa multipla, ma però spaziale, di alcune opere di Andy Warhol. Queste a diversità della Sister mostrano un'attenzione alla diffusione, o meglio, alla possibilità diffusiva che gli elementi seriali possiedono. Warhol ha in attenzione principalmente i prodotti mediali e commerciali nel loro essere realtà diffuse. La loro molteplicità seriale è la techne che gli permette questo stato. Egli è concentrato su ciò che si dispone per tutti, sul miracolo spaziale che questa disponibilità permette, ossia che la medesima bottiglia di coca cola possa essere sorseggiata nel medesimo istante, grazie all'ineccepibile riproduzione tecnica della quale i suoi quadri forniscono la sostanziale prova,(1) in luoghi molto distanti e completamente diversi: colori uguali, forme uguali, sapori uguali: di fatto il 'medesimo' luogo.

La Sister del The Sister Project 2001 è invece un'opera concentrata sul tempo, o che col tempo almeno vuole misurarsi. Il suo numero dodici è in fondo l'evidenza di questa intenzione: essere l'opera di un anno; ma quale anno? Quello "nuovo" del IV libro della Gaia scienza di Nietzsche? L'anno consapevole: "vivo ancora e penso ancora". L'anno vero: "debbo vivere ancora perché debbo pensare".(2)

Del resto come nel moltiplicarsi uguale della Sister in Sisters, anche nella concezione dell'Eterno ritorno nietzschiana è presente la condizione, appunto, di uguale: "questa vita che vivi adesso e che hai vissuto dovrai viverla ancora innumerevoli volte, e non ci sarà niente di nuovo".(3) Anche in questo caso quindi abbiamo a che fare con una disponibilità quantitativa immutabile. Così come la Sister, le Sisters, ciclicamente sempre lì, immutabilmente ad attenderci ad ogni rotazione di pagina del calendario. Ma se per Nietzsche questa immutabilità è "il più grande peso mai gravato sul tuo agire",(4) ciò che infastidisce e che richiede la "volontà di potenza" di un balzo, che cosa richiede la Sister?

Pure 'lei' infastidisce certamente. La sua clonica immutabilità offende le nostre facoltà intellettive. Se dovessimo accordare a Nietzsche la correttezza dell'idea che vivere ancora implichi dover pensare, quale sarebbe il pensiero che verrebbe favorito dalla ripetizione dell'immutabile? Forse nichilisticamente nessuno, proprio perché lo scopo della litania è quello di oltrepassare nel trance qualsiasi sentire e consapevolezza. Che l'estasi sia un modo di sentire è indubbio. Ma indubbio è anche che qui il sentire è solo un presupposto, e non ciò che immette nella possibilità dell'ek-stasis, nella possibilità dello star-fuori-di-sé; cosa questa che invece riguarda appunto la disposizione al sentire: la modalità rutilante: il completo affidamento alla tecnica dell'eterna ripetizione. Il processo per giungere all'estasi non è quindi uguale a quello per giungere alla consapevolezza, ma anzi, ne è il suo opposto. L'estasi attraverso l'amplificazione ridondante del sentire, ha come fine l'annullamento stesso del sentire, e quindi, di conseguenza, anche della possibilità stessa di pensare. Nell'abbandonarsi alla liturgia tecnica della ripetizione, non si rincorre quindi un pensiero, ma il sogno desoggettivato dell'eternità. Al contrario, agire nella ripetizione eterna può invece avvicinare al dovere di pensare. Dovere che per Nietzsche coincide con il senso dell'esistere. Senso dell'esistere che nell'Essere e Tempo di Heidegger coincide con l'"essere-per-la-morte": un "essere per", che rifugge la deiezione del "Si muore" eterno, per accogliere l'evento di "esser-gettato per la propria fine"... "essere-gettato nel poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile".(5)

Il modo di essere nel tempo è una questione che in Heidegger e Nietzsche è posta fuori dal determinismo. La condizione di essere nel tempo è per loro un modo di essere nel pensiero del tempo più che nei suoi fatti. E' quindi il modo di pensare a determinare il tempo; non i suoi accadimenti. Che quindi il tempo sia legato al pensiero e che questi come pensare sia legato a chi pensa, è la condizione effettiva del tempo. Ciò è abbastanza evidente anche in Ecce Homo, ove Nietzsche ci racconta meticolosamente come e dove fu 'folgorato' dalla concezione fondamentale dello Zarathustra, ossia il pensiero dell'eterno ritorno. Qui egli evidenza un suo coinvolgimento complessivo alla genesi di questo pensiero. Esso ha una data e un luogo di nascita; il luogo e il tempo che Nietzsche occupa in un determinato momento della sua vita, ma anche una gestazione che egli definisce "segni premonitori", ovvero: "un mutamento improvviso e profondamente decisivo del mio gusto soprattutto riguardo alla musica"(6). Un segno piuttosto significativo. Un mutare di ciò che per sua natura muta. Come un fiume che non può essere tale se non in funzione allo scorrere della sua acqua, così la musica non può essere tale se non nello scorrere delle sue note, nel suo essere suonata.

Se l'esistenza di un dipinto trova il suo fondamento nell'occupare uno spazio, quello di un brano musicale lo ha invece nell'occupare un tempo. Una diversa concezione della musica, non più wagnerianamente nichilistica ed ek-stasiante, corrisponde ad una diversa concezione del tempo, non più ipnoticamente dato, ma nel segno della volontà di potenza, della volontà d'impiegare la pesantezza ciclica di quel movimento per entrare nella verità del proprio tempo.

E quello della Sister invece di che tipo è? Come pensa il tempo quest'opera? Si diceva dodici Sisters uguali e diverse: cosa troviamo di uguale? Una giovane donna, forse solo per ciò concettualmente desiderabile. Come nel mito raccontato da Aristofane nel Simposio platonico, anche la Beecroft ci propone una metà di androgino, in perenne stato attrattivo con l'altra metà. Figurativamente abbiamo a che fare con qualcosa di molto simile all'etrusco Sarcofago degli sposi di Villa Giulia a Roma. L'unico elemento che nella Sister manca è però la 'metà', quella dello sposo. Una metà che sia la Sister che la sposa però richiamano. Dato che una sposa per essere tale lo è sempre in funzione di uno sposo, e una sorella lo è sempre in funzione dei propri fratelli o sorelle appunto. L'opera ci rimanda perciò a qualche cosa che in essa non c'è: un'altra metà. Essa rimane però anche una metà.

Del resto questa tensione dell'incompletezza è presente anche in altri lavori dell'autrice, soprattutto nell'evidente singolarità di alcuni generi impiegati chiaramente nelle performance: le modelle, i marines; generi che come tali sono condannati e ci condannano nella loro impossibilità espressiva ad essere metà appunto. Questi soggetti nella loro molteplice disponibilità numerica appaiono, pur non essendolo, come i tanti riprodotti mediali e commerciali dei quali generalmente fruiamo per il nostro auspicato stato di opulenza. In effetti con loro non ci è possibile "passare alla cassa"; non possiamo concludere pagando, come neppure appagarci come facciamo con qualsiasi altro prodotto. Ma ciononostante quello è il motivo per cui ne rimaniamo attratti. Nell'impossibilità di un congiungimento sorge anche l'impossibilità di un compimento: l'impossibilità di morire. Quell'attrazione è in fondo il desiderio di un'estasi eterna. L'estasi seduttiva della ripetizione ciclica infinita.

Ma la Sister è un'opera che non si ferma a questo stadio, dato che ognuno dei dodici ritratti, come ogni modella e ogni marines, possiedono una propria luce. Non esiste la completa uguaglianza tra di essi. Ciò impedisce alla Sister di ripetersi infinitamente, pur senza offrire una visione del consueto tempo ciclico. Quello che affonda le sue radici nel triviale alternarsi delle stagioni: della semina, della mietitura, della vendemmia… Il nostro consueto tempo storico. No! Quello della Sister non è il già determinato e quindi miglior tempo possibile di Frate indovino, come nemmeno quello edonisticamente da degustare, cammin facendo, della Pirelli. Quelle luminosità non sono il risultato di variazioni meteorologiche o di condizioni contestuali diversificate, ma piuttosto sono le possibilità di essere della Sister stessa; le sue diverse apparenze; luci; idee. Quella è la luce dei lumi che indagano fotoelettricamente la Sister, cercando di comprendere il senso della sua serialità, della sua eternità. Quella è la luce della possibilità che osteggia l'invarianza. E' la scansione che ci permette di esercitare un'opzione luminosa, consapevole.

Le variazioni del chiaro invitano ad osservare la Sister non come l'unica deterministicamente data, ma come le molte fenomenologicamente possibili. Come la possibilità di un tempo che può essere anche scelto; non solo vissuto. Le Sisters in quelle luci possono quindi oltrepassare la condizione descritta da Guy Debord, ove verrebbero ricondotte esclusivamente ad essere "un'accumulazione infinita di intervalli equivalenti", ossia ad essere quindi solo l'evidenza del "tempo della produzione" in serie, del "tempo della merce".(8)

Il tempo seriale della merce non permette scelta. Esso s'impone in modo assoluto. Quando si deve decidere tra due medesime identità, non si può operare una scelta, ma tutt'al più si può solo prendere. A diversità il tempo dell'eterno ritorno, pur fondandosi su una ripetizione, questa non è seriale, ma bensì "è la ripetizione che seleziona", che permette una selezione, "la Ripetizione che salva" sostiene Gilles Deleuze. Che le Sisters non siano solo uguali implica che se ne può scegliere una, e le altre possono essere rifiutate. Rifiutate in serie, rifiutando la serie infinita della tecnica litanica. In questo modo il desiderio d'eternità può assumere la veste dell'eterno ritorno dell'uguale, ove "qualsiasi cosa sia che io voglia (pigrizia, golosità, viltà, il mio vizio come la mia virtù) io devo volerla in modo tale da volerne anche" il suo "eterno Ritorno".(9)

Un incubo benefico quindi, per sottrarci dalle mezze scelte, dalle mezze vite, ma anche per esercitare la potenza d'attuazione, piuttosto che concupire una prospettiva beata ma nichilisticamente spoglia del possibile. La Sister è sorella di quest'incubo. L'incubo dell'immagine che eternamente ritorna. Il peso più grande che l'immagine possa avere. Il preambolo per la volontà di vivere con le ombre.


Incipit iconoclastia.

marzo
Giugno
Agosto
Ottobre



1. Cfr., Andy Warhol, Coca-Cola Bottles, 1962.
2. Friedrich W. Nietzsche, La gaia scienza, tr. it. di Fabrizio Desideri, Newton, Roma 1996, p. 162.
3. Ibid., p.193.
4. Ibidem, c.m..
5. Martin Heidegger, Essere e Tempo, tr. it. di Pietro Chiodi, Longanesi, Milano 1970, p. 380.
6. Friedrich W. Nietzsche, Ecce Homo, tr. it di Silvia Bortoli Cappelletto, Newton, Roma 1989, p. 283.
7. Guy Debord, La società dello spettacolo, tr. it. di Paolo Salvadori, Sugarco, Milano 1990, p. 167.
8. Gilles Deleuze, Nietzsche, tr. it. Di Franco Rella, Bertani, Verona 1973, c.m., p. 41. 9. Ibid., p.40.