Un ritratto per la Verità

di Attilio Fortini

 

Nell'opera di Fosco Sileoni è possibile ravvisare alcuni elementi ricorrenti che conducono a considerare il suo fare artistico come un percorso di costruzione di senso. Questo può venir semplificato attraverso alcune concezioni che transitano dal tratto al segno, e dal segno al significato. Difatti se il tratto non è semplicemente una linea, è proprio perché esso viene agito da un gesto. Un gesto che per Fosco è viscerale e senza mediazione; cosa questa che inizia a subentrare ad un livello superiore, ossia quello del segno. E' qui difatti che il suo fare inizia a marcarsi, più propriamente a marcare. In questa dimensione il supporto riceve la sua sudditanza, divenendo proprietà dell'idea. Un'idea chiara è la sua, che non esita, che concede solo alcuni rimandi alla forma, e che nega categoricamente la possibilità di pascersi in una qualsiasi seduzione armonica.

Ma è proprio tramite quei brevi rimandi che Fosco non può sopprimere, pena perdere l'orientazione di senso, che la sua opera entra nella sfera del significato. E' qui difatti che essa può iniziare a parlare. E quando comincia a farlo, lo fa con un linguaggio spesso aculeo, nel senso di pungente. I colori di questo "parlare" difatti sono basilari, anche qui come per affermare che quando qualcosa possiede troppe sfumature, è probabilmente un inganno.

L'ambizione della sua pittura, nel suo farsi apparentemente semplice, in realtà si dipana in una modalità piuttosto complessa. Questa è quella della ricerca di verità, ma non di ciò che si vede, piuttosto di quello che non appare, ossia ciò che è giusto. Ed è tramite l'intima mediazione del proprio percepire, e con una fiducia incondizionata nella purezza del suo atto creativo, tale da rischiare il sigillo d'ingenuità, che Fosco cerca costantemente di mostrare questo tipo di verità: la Verità.

Ci riuscirà?

No, ne siamo certi.  Quello in fondo non è compito suo, e Fosco lo sa benissimo. Quello non è compito della sua pittura, ma d'ognuno.

 

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